La prima opera di un’artista è il suo biglietto da visita al pubblico, una prima impressione che non si ripeterà mai più.
Forse all’inizio nessuno immagina che diventerà un grande nome sugli scaffali delle librerie e che quello sarà il suo debutto, ma proprio per questa atavica incertezza ognuno vorrebbe dare il massimo e lasciare un segno.
Come a dire:
“Eccomi, ora ci sono anch’io!”
Il primo romanzo poliziesco di Agatha Christie è impressionante, se penso che lei ha esordito così vorrei solo posare carte e penna e non toccarle mai più per stingerle la mano, ma suppongo che lei non approverebbe.
Non gradirebbe che un’aspirante scrittrice si arrendesse solo per applaudirla e lodarla, anzi mi spingerebbe a impegnarmi come si deve senza lamentarmi, come solo una donna inglese del suo vissuto saprebbe fare. Perché Agatha Christie ha scritto 70 libri e più, ma ha anche vissuto una vita piena e intensa.
Torniamo a noi, Agatha scrive Poirot a Style Court nel 1916, a 26 anni, per una sfida della sorella Madge: «Scommetto che non sei capace di scrivere un bel romanzo poliziesco!».
E la signorina Madge venne presto accontentata. E smentita
Nel suo primo tentativo da giallista Agatha mette tutto, o meglio tutto quello che siamo stati abituati a leggere nei successivi capolavori che ci ha regalato: una bellissima casa nella campagna inglese, una famiglia allargata con tanti dubbi e altrettanti personaggi, ricchi annoiati, incalliti arrampicatori sociali e vittime inconsapevoli, omicidi più o meno annunciati e soprattutto una bella dose di complicazioni che si risolveranno soltanto alla fine.
Ultima, non certo per importanza, è la presentazione alla letteratura del maestoso Hercule Poirot che entra in scena in punta di piedi: è un rifugiato belga che ha svolto la professione di investigatore ormai in pensione, ma si capisce che è destinato a lasciare un segno, proprio come la sua autrice.
Ecco la sua prima descrizione, breve ma assolutamente perfetta 📝:
«Poirot era un ometto dall’aspetto straordinario.
Era alto meno di un metro e sessantacinque, ma aveva un portamento molto eretto e dignitoso.
La testa era a forma d’uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi rigidi, da militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita. Eppure questo elegantone, che ora zoppicava leggermente, era stato ai suoi tempi uno dei funzionari più in gamba della polizia belga. Come investigatore aveva un fiuto straordinario».
Quello che più mi ha colpito del romanzo, che poi rimane uno degli elementi chiave di molti altri nella lunga carriera dell’autrice, è la profonda conoscenza dei veleni.
Agatha prestò servizio a lungo come infermiera volontaria a soccorrere i soldati feriti durante la Prima guerra mondiale, sembra che siano stati proprio i rifugiati dal Belgio a ispirare la figura di Poirot e che in questo periodo abbia appreso molte cose riguardo i veleni:
«Era durante le ore di calma al dispensario, nel 1916, che mi venne l’idea di scrivere un giallo. Stimolata da ciò che mi circondava, la vicinanza dell’armadietto dei veleni, dell’Extra Pharmacopoedia di Martindale, di altri libri sui medicamenti e sui dosaggi che avevo recentemente letto con devota attenzione, l’unica difficoltà che ho trovato è stata la quantità imbarazzante di materiale tra cui scegliere […] così sono state poste le fondamenta di quella che posso chiamare la mia carriera criminale!».
Un esordio e una vita niente male per una lady inglese 👵🏻🇬🇧❤️
